05-02-2010 | Gli appellativi affettuosi con cui Arrighi si rivolgeva alla moglie ribadiscono la spiegazione che ora lei trova nel suo gesto: il marito avrebbe ucciso per troppo amore

«Tanti auguri al papà più stupendo del mondo», scrive sul profilo Facebook di Alberto. Firmano le sue bambine, ma il viso è quello di Daniela, che accompagna il messaggio pubblicato online per conto delle figlie piccole. È il 19 marzo, San Giuseppe e festa del papà. Alberto Arrighi risponde due giorni più tardi sulla pagina internet dedicata a lei e dice solo «Amore mio». Non la chiama mai per nome, quelle volte che si rivolge alla sua donna tramite computer: per dire nulla, lasciare solo tracce, ripetere che lei non è sua moglie ma la sua «amabile follia», il «grande amore», la fidanzata divenuta sposa e dopo oltre dieci anni detta ancora «pupetta», quando con tenerezza la esorta a corredare il suo nome proprio di una fotografia. Comparirà qualche settimana dopo l’invito, lei con gli occhiali scuri e sullo sfondo la piramide del Louvre che tende a scomparire in uno scatto sovraesposto. L’ultima comparsa è di mercoledì nel pomeriggio. La solidarietà alla sua famiglia si arricchisce di considerazioni, mentre il tempo passa e la vicenda si chiarisce, pensieri indirizzati ora a lei ora al marito. I dettagli macabri non cambiano il sentire degli amici, che si avvicendano nel dichiarare affetto. Ti sono vicino, ti abbraccio, ti voglio bene, ti auguro tanta forza, soffro con te: alle 14.09 Daniela affida così allo schermo di un computer la sua gratitudine che è un sentimento, amore rancore sconforto solitudine. Confonde la Bibbia con un motto popolare, per liberare Alberto dalla nomea di “mostro”: l’uomo che pregava Dio e invitava gli amici di Facebook a condividere un’immagine di Lui. Quella di Alberto è l’ira del mansueto, implacabile e terribile come solo l’uomo buono sa generare, insegna l’Antico Testamento. «Un detto dice "temete l'ira del mansueto" - ribadisce Daniela La Rosa e in poche righe riassume la sua spiegazione e comprensione per il gesto del marito -  Albi è una persona meravigliosa un grande uomo e nonostante tutto rimane tale. Posso solo dirvi che a lui è stato cercato di portare via quello che più gli apparteneva, il grande amore per la sua famiglia e per il suo lavoro. Lui non lo ha permesso. Alberto Arrighi rimane la persona che voi avete conosciuto. Il mio grande e unico Albi e papà meraviglioso delle sue bambine». Daniela di rado consegna le sue riflessioni a Facebook, condividendo con tutti le parole dirette a pochi. In un anno di iscrizione al Network figura solo un paio di volte ed è per gli auguri, «di cuore – ad esempio – a chi si merita la serenità e la gioia del Natale». Concisa, come adesso che vuole parlare di Alberto senza aver la forza di provare a convincere: richiederebbe più eloquenza di quella che adesso lei provata possiede. Il marito l’ha appena raccontato ai magistrati: quella frase pronunciata con la leggerezza che è normale nel corso di una lite, «che m’importa della tua famiglia» avrebbe detto Brambilla a lui che lo pregava di non prendergli il negozio ma non aveva denaro da restituirgli, ha scatenato tutto. «Non ci ho visto più, ho impugnato la pistola che pulivo e ho sparato». Daniela lo sa e lo ripete, senza offendere, solo difendere: Albi ha ucciso per amore nostro, e «amabile follia» acquista allora più senso di una sdolcinatezza. Ha ammazzato per disperazione, pensieri brutti che si provano ad immaginare, prima e dopo, imprenditore che rischia di perdere il negozio e – ragiona - quindi anche la famiglia, e nel tentativo maldestro e sbagliato di salvare sé e loro consegna tutto alla rovina. «Non me l’avevi raccontata giusta… la tua spiegazione non mi aveva convinto e le cose sono assurdamente degenerate», scrive a Daniela Piero che la mattina prima la chiamava “miss”, in nome della sua bellezza che l’aveva resa anche testimonial per la palestra dove si teneva in forma. Le difficoltà economiche, la paura di non farcela, il rischio di non sapere uscirne, i silenzi sempre più lunghi che il cognato Massimo ora riesce a interpretare. Non era possibile prima, giura un imprenditore come lui, ché «la disperazione non aspetta, non scatta a tempo come una molla, te la porti dentro finché esplode». Giacomo Brambilla aveva in tasca 100mila euro mentre se ne andava via, altri 400mila in assegni intestati a Brambilla sono stati sequestrati dagli agenti nella cassaforte dell’armeria a cui la vittima voltava le spalle, per sempre minacciava, se non gli fosse stata immediatamente ceduta. Daniela però è certa, non sono stati i soldi a scatenare la sua ira, non il terrore di finire sul lastrico e la soluzione a portata di mano, un colpo alla testa e un furto a un morto. Non era così cinico, assicura lei con le sue parole scarne e forti messe per iscritto, da ideare un disegno così spietato, sia pure nella frazione di un attimo capace d’esser decisivo per il suo futuro. Sono state le sue figlie, l’istinto di difenderle anche da un presunto oltraggio. Adesso che comincia a realizzare, Alberto chiede di loro e di lei. Domanda come stanno, cosa fanno, quel che sanno. Le bambine, otto e dieci anni, sono lontane, affidate ai parenti per proteggerle. La migliore amica della grande, appreso dal telegiornale l’accaduto, ha pianto per una sera e una notte. Diceva che non era vero, che Alberto è simpatico e bravo a farle divertire, quando passava i pomeriggi a casa dell’amica. Così l’altro ieri la maestra ha iniziato a spiegare ai suoi alunni, ieri al Santa Chiara è arrivata anche la psicologa. In classe non ci sono loro, le due bambine a cui si raccontano bugie, pur di ritardar la verità. Gli adulti invece sanno e non capiscono, si ostinano a cercare una ragione. Daniela propone la sua e la ricava dalla Parola di Dio, ma sarebbe bastato rileggere quella del suo uomo.

La città si concentra quasi esclusivamente su Arrighi perché è in lui che il comasco “medio” si rispecchia. Al povero Brambilla resta qualche foto sui giornali
Cronaca | 04-02-2010

L’Arrighi ha ammazzato il benzinaio poi gli ha tagliato la testa. Pazzesco. L’ha bruciata in un forno (segue) Fabio Corti


Tutti si chiedono come sia potuto accadere il macabro rito dopo l’omicidio. Gli esperti parlano di “freezing”, il congelamento di tutti i sentimenti
Cronaca | 04-02-2010 Lo smarrimento in cui è piombata un’intera città sprofonda nella nebbia di ciò che dopo il (segue) Mauro Migliavada