Non c’è senso di rivalsa, brama di sfida; compiacimento che sgarbato sfocia nel dispetto. Luca Delfinetti ora è cresciuto, nell’età nei modi. Trentasette anni da compiere fra venti giorni, ha imparato come ci si muove e si comporta: che non vuol dire usar meno schiettezza di quella che mostrò tre anni e mezzo fa, virtù o difetto che gli costò l’epurazione dalla Lega e l’addio alla maggioranza del consiglio comunale. Semplicemente adesso dosa meglio le emozioni, incanala gli entusiasmi là dove possono portare frutto invece di mortificazione: o non sarebbe ritornato sulla scena vincitore, membro dichiarato già in tempi non sospetti della nuova giunta e papabile vicesindaco della città. Il cap di Cantù è metà del nome della lista con cui s’è riguadagnato un posto nell’agone, stavolta con le proprie forze: senza le sovrastrutture di un partito che lo soffocava e ancora non l’aveva deluso. Oggi sì; e può ammettere: «Allora avevo i paraocchi». Riusciva a levarseli di tanto in tanto, a guardare il mondo e protestare: fino all’espulsione, punizione alla cocciutaggine che era voglia di restar fedeli alla propria visione delle cose, senza vendersi in cambio di una ricompensa.
Non è da tutti rincorrere la sorte e riacciuffarla, ricondurla alle proprie aspirazioni quando si è sul punto di lasciarle: disillusi, quasi docili, con il pregio che somiglia a debolezza di ridiscutere se stessi. «Mi dicevo: “Forse non sono capace”. Forse non lo ero», nonostante all’epoca restasse convinto del contrario. Luca Delfinetti non è pentito, neanche oggi: rifarebbe tutto uguale. Lo pensava anche prima che il senno di poi, perfezionatosi alle ultime elezioni, gli mostrasse che ogni situazione può tramutarsi nel proprio contrario, svelta di una velocità quasi impercettibile. Si compie dalla sera alla mattina, dal sabato al lunedì, dentro le urne che a volte assegnano riconoscimenti : e insegnano che l’esistenza può anche essere meritocratica, restituire ciò che ha tolto in maniera discutibile. Alla fine del 2008, la Lega lo ripudiò addossandogli la colpa delle divergenze con il sindaco Tiziana Sala: senza indagare le ragioni di ciascuno, accontentandosi dei ruoli e della gerarchia. Vertici, ordinamenti, capi e combattenti: realtà organizzate, nel senso deteriore, con cui adesso non vuole più avere a che fare. Resta persuaso che il suo errore è stato quello: credere di poter restare là dove bisogna sospendere il giudizio e obbedire, accettare direttive che calano dall’alto e da dove non si vede. Così, quando lenta è maturata l’ipotesi di presentarsi alle elezione con Lavori in Corso di Claudio Bizzozero, subito ha chiarito: a patto di creare una lista solo mia, che converga su di me; di non subire le maniere e i costumi di una struttura già consolidata, senza poterle imprimere la propria impronta.
C’ è un altro motivo per cui Luca Delfinetti, avvocato disgustato dai partiti ma ancora fiducioso nelle possibilità di una politica che sia servizio al cittadino, non è confluito in Lavori in Corso e s’è preso senza sforzo quel che già esisteva, ma ha partecipato alle amministrative con la lista civica “Movimento 22063”. Voleva tenersi alla larga dalle insinuazioni; per dirla con parole sue, non fare la figura di quello che scende da un carro per salire sopra l’altro trionfante, opportunista senza onore che cambia direzione secondo non l’idea, ma l’interesse e le prospettive di guadagno personale. Preoccupazione che rivela come non sia ancora veramente emancipato, ingenuo nel tener da conto più l’opinione altrui, ancorché mendace, della consapevolezza di se stesso: inconsapevole dell’imperfezione che non scorge, eppure già lavora per correggerla, lasciando aperto il futuro a soluzioni che non marcano le differenze. «Vedremo. Studieremo un modo», e allude a come fare parte ancora più efficace di un gruppo che non l’ha disingannato, dove la partecipazione non è un modo di dire ma neppure un alibi che impedisce di portare a compimento le questioni, nell’attesa utopica di un’unanimità assoluta e talvolta deleteria. Claudio Bizzozero, per esempio: dicono non volesse neanche candidarsi a sindaco: ha accettato un’investitura venuta nel corso di un’assemblea che è stata occasione vera di confronto, di scambio d’opinioni e di suggerimenti che hanno trovato esito. In un anno o giù di lì di collaborazione, Luca Delfinetti ha imparato che ciò che nella Lega era professione falsa, apparente libertà di scambio controllata e indirizzata in verità da via Bellerio, può essere qualcosa di diverso dell’ipocrisia: a patto di scordarsi bandiere e partiti, la natura inevitabilmente rigida che li regge e asfissia chi voglia tentare una deriva.
Lui li ha rifiutati l’indomani: all’inizio col dolore dello smacco, il timore d’avere fallito e l’incapacità di andare oltre la sensazione di una sconfitta personale. Poi, esaminato a freddo l’accaduto, per scelta progressivamente maturata, mentre tornava la voglia di fare politica e si perdeva quella di rientrare in un mondo ormai disprezzato. «La gestione, il sistema di potere dei partiti non mi allettava più». Perché stringe i polsi con catene camuffate, «ti obbliga a dipendere da situazioni e da livelli che stanno sopra di te». No, non voglio, proferisce netto i. «Non rientrerei in un partito».
Così si avvia lungo la strada di Lavori in corso, nome che è metafora ben studiata di un percorso perfino fortunato, nonostante le apparenze. «Già, sono stato fortunato», ammette utilizzando gergo più brioso e immediato. «SE non mi avessero cacciato, forse sarei lì ancora adesso». Battuto dal nemico che sembrava tale, quattro anni fa, invece è stato una scoperta. «All’inizio c’è stata diffidenza legittima nei miei confronti. Pian piano abbiamo scoperto di trovarci bene insieme». Delfinetti adesso ha trovato altra collocazione, non s’è piazzato lì per calcolo ma c’è arrivato col ragionamento e con l’impegno. «Sono felice. Non c’è niente che mi dispiaccia. Non mi dispiace per la Lega: la mia delusione più grande. Mi spiace casomai per qualche persona. C’è gente in gamba che ci crede. Contraddizione in termini? No. Sono vittime di un errore di prospettiva su cui si regge il sistema. Quando sei dentro, tutte le notizia che giungono sul movimento sono filtrate dalla propaganda interna. E’ difficile distinguere il falso dal vero. “Noi siamo diversi”, dicevano. Invece, visto, sono tali e quali agli altri». Persone, con il bagaglio di limiti e pregio dell’essere umano. L’unica cosa che conta in politica: «La politica sono le persone». Luca Delfinetti l’ha capito. La sorte a volte è ironica, altre intelligente.
“Pozzi non prende posizione”, titolava ieri il Corriere di Como nel suo peregrinare tra questo e quel big (segue) Mauro Migliavada





