di Ferdinando Mazara, presidente del consiglio provinciale
Gentile Direttore, l’articolo di ieri sul Consiglio Provinciale del prossimo 31 gennaio, mi offre l’occasione di anticipare a Lei e ai lettori dell’Ordine, una parte delle motivazioni della convocazione, che conto poi di illustrare, in modo più articolato, nella seduta consiliare. Non intendo riproporre nel dettaglio, in questa sede, i motivi che, a torto o a ragione, si portano a difesa della Provincia: la necessità di un ente intermedio tra Regione e Comuni (soprattutto in Lombardia, quasi dieci milioni di abitanti), il maggior costo di spostamento su altri ambiti delle funzioni e del personale provinciale, la dimenticanza di quella miriade di enti intermedi, agenzie, consorzi, società, e chi più ne ha più ne metta, che costano dieci volte le Province, le indennità di altri livelli, specie nelle Regioni a Statuto speciale. Non é questo il punto, perché non si tratta di difendere le Province. Il punto é un altro. In un momento di crisi economica, tutto il sistema istituzionale è chiamato ad una dieta, ma chissà perché, anziché ad una cura dimagrante che riguardi tutto l’assetto, si pensa a tagliarne un pezzo, guarda caso l’anello debole della catena, gettando così fumo negli occhi della gente. Questo succede anche negli altri campi dei cosiddetti privilegi, si colpisce la parte più folcloristica, ma si risparmiano i grossi calibri. Ma non é neppure questo il punto. Il punto é chi ne perderà con la liquidazione delle Province. La classe politica? Non credo proprio, prendiamo l’esempio della Provincia di Como. Qualcuno (come il sottoscritto) tornerà a fare il nonno a tempo pieno, qualcun altro il Sindaco, spesso carica che già ricopre, altri ancora resteranno in politica. Chi ci perderà saranno i cittadini e le imprese. Lo so, ci vuol coraggio a dirlo di questi tempi, ma forse é proprio così. Perché senza le Province, pur con i tanti, troppi nostri limiti ed errori, ci saranno più tasse, come dimostra il passaggio dell’addizionale sul consumo dell’energia elettrica allo Stato (si veda il sole 24ore del 19 gennaio 2012, che naturalmente si guarda bene dal citare la parola Provincia, ma lo studio Upl dimostra un aggravio di oltre 17 milioni di euro in Lombardia) o la RcAuto che noi a Como non abbiamo aumentato, nonostante i tagli pesanti dei vari Governi. Senza dimenticare le associazioni che per avere contributi dovranno fare l’elemosina a Milano o Roma, i presidi che per chiedere di riparare le scuole dovranno fare le raccomandate anziché telefonare in Provincia, gli automobilisti che dovranno confidare nell’Anas. Questo è lo spirito del Consiglio provinciale di Como e dei Consigli di tutte le 107 Province d’Italia che, occorre ricordarlo, si riuniranno contemporaneamente martedì prossimo, come deciso a livello di Unione delle Province d’Italia! Un rispettoso saluto.
Caro presidente, lei tornerà a fare il nonno ma i suoi colleghi sono già nel panico
di Mauro Migliavada
Gentile presidente, la ringrazio per il suo intervento, che dall’alto della sua carica raccoglie la provocazione da me lanciata ieri e interviene su un punto degno di un confronto aperto. Lei dice che lo spirito del consiglio provinciale da lei convocato per il 31 gennaio è rivolto ai cittadini, che rischiano di avere il danno maggiore dalla sparizione delle amministrazioni come la sua. Credo che per un simile scopo fosse in ogni caso più saggio utilizzare altri strumenti di approfondimento, invece di un consiglio provinciale, a spese del contribuente, in cui l’organismo a rischio abolizione non farà altro che dire a se stesso quanto sia importante sopravvivere. Mi sembra paradossale che il consiglio provinciale organizzi una seduta ad hoc per parlarsi (o piangersi) addosso. Credo, tuttavia, che il suo ragionamento sia particolarmente apprezzabile perché tocca alcuni aspetti concreti derivanti dalla scomparsa delle Province. Vediamoli. Lei dice che la tassazione aumenterà sulle imprese e sui cittadini, visto che quella attualmente delegata all’amministrazione provinciale è a livelli inferiori da quelli dello Stato. In parte, è vero. È però altrettanto vero che in una nuova organizzazione derivante dalla abolizione delle province, il potere impositivo dei Comuni potrebbe aumentare sensibilmente negli anni, in nome di un sano federalismo fiscale. Stesso discorso vale per i servizi erogati. Gli uffici tuttora esistenti potrebbero passare sotto le giurisdizioni regionale e comunale. Dopo una prima fase di concentrazione verso l’ente maggiore, passando da un inevitabile periodo di “neocentralismo regionale”, è probabile una crescita dei poteri municipali, anche nella gestione, ovviamente associata, dei servizi erogati. Non credo sia necessario “fare l’elemosina a Roma o a Milano” per ottenere i servizi. E per quanto riguarda le opere maggiori, se anche così fosse, non cambierebbe molto. Visto che anche oggi da Roma e Milano non otteniamo quanto ci spetta (basti pensare a come veniamo trattati in tema di viabilità e di quanto conti nulla la nostra politica provinciale). Senza presidente, giunta e consiglio, quantomeno non dovremmo pagare nessuno per non ottenere comunque un gran che. Senza contare che, eliminando gli organi politici, spazzeremmo via anche tutte le storture ad essi collegati. Su questo giornale gli esempi non sono mai mancati: dall’uso delle auto blu, ai soldi pubblici utilizzati dai partiti per farsi propaganda, alle spese per pubblicità televisiva o di stampa, passando dal sottobosco infernale rappresentato dai posti nei consigli di amministrazioni di aziende pubbliche regolarmente occupati dai partiti. Lei dice che il problema non sarà certo di voi politici. Non ne sono persuaso. Lei sicuramente farà come dice, e tornerà a occuparsi dei nipotini. Ma, lo sa benissimo, parecchi suoi colleghi sono già nel panico perché non hanno idea di cosa dovranno, o potranno, fare dopo il prossimo mese di maggio. Se lei intende dire, caro presidente, che abolendo le Province si finirà con il rivoluzionare anche ambiti funzionanti ed efficenti delle stesse, siamo perfettamente d’accordo. Conosco personalmente fior di dipendenti (dirigenti, funzionari e impiegati) che a Villa Saporiti fanno il loro dovere e anche qualcosa di più. A tutti loro va la mia gratitudine e sincero rispetto. Purtroppo, sono loro stessi vittime di un sistema che negli anni non è stato capace di capire che così non si poteva andare avanti e che sarebbe stata necessaria un’azione rigenerativa dall’interno. Perché, in questo ha ragione, la Provincia, tra tutti gli enti pubblici, è un anello debole. Ma non per questo dev’essere intoccabile. A questo proposito, un’ultima considerazione. In questi giorni, con le liberalizzazioni che il governo sta cercando faticosamente di attuare, ogni categoria italiana sta dicendo la stessa cosa: ma perché proprio noi e non altri? È una lamentela diffusa, che proviene anche da lei. È vero che sia auspicabile che l’azione di governo vada a toccare anche categorie potenti e ramificate. Ma è altrettanto vero che a furia di dire: “Toccate prima gli altri, poi me”, abbiamo portato questo Paese nella condizione in cui si trova? Come dice? Nella palta? Ok, diciamo nella palta.
di Ferdinando Mazara, presidente del consiglio provinciale
Gentile Direttore, l’articolo (segue) Ferdinando Mazara





