Silvana, 52 anni. Quando le hanno trovato la roba addosso, è rimasta zitta, poi ha domandato scusa. La roba erano spugne, calze, mutandine e detersivi, tirati giù svelta dagli scaffali del supermercato, infilati di soppiatto sotto il grembiule, fermati su un fianco con il gomito e la nonchalance per finta che la rendeva così goffa. Lei non aveva mai rubato prima d’ora, ha giurato; e a smascherarla non sono stati gli altri, ma se stessa, il suo comportamento d’un tratto circospetto, guardingo ma impacciato, come di chi non è abituata a prendersi ciò che non è suo senza sentire la colpa e la vergogna. Veniva a far le pulizie, a guadagnarsi il suo stipendio risicato e nemmeno i soldi dell’affitto della casa. E lentamente il posto di lavoro prendeva le sembianze di luogo di perdizione tentazione in agguato fra i colori dei cartoni, le confezioni dei prodotti belle e impossibili, l’abbigliamento a poco prezzo che le bisognava e non poteva permettersi però, con i suoi 450 euro al mese e due figli da crescere. Poi non ce l’ha più fatta, s’è lasciata andare: s’è presa quel che sarebbe stato giusto avesse, e invece non poteva comprare come fanno le altre donne perbene. Criminale per necessità, per miseria e per stanchezza: condannata a due mesi perché un giorno ha smesso di difendersi da se stessa. Per lei era ormai una prova di resistenza. Tirare a fine mese, scovare il modo per riuscirci e che non fosse disonesto. Mercoledì invece ha desistito. «Purtroppo ho sbagliato, lo so, lo so», ha ripetuto due volte quando il giudice le ha chiesto perché l’avesse fatto e lei, senza tentare di giustificarsi, ha detto solo com’era andata, e il motivo. Aspetto dignitoso ma modesto, viso segnato dalla vita e dalle occhiaie, sguardo un po’ smarrito e che fugace si posa sui volti sconosciuti, come chi non vorrebbe ma si rassegna al non poterne fare a meno. È entrata in aula per esser processata e una parola ripeteva sempre. «Sissignore», rispondeva umile e ossequiosa, la bocca al microfono per confermare le accuse: il furto al Carrefour, dov’era entrata come dipendente dell’impresa di pulizie e uscita come ladra, la merce un po’ ancora con sé e un po’ già chiusa nell’armadietto personale. «Nossignore» l’ha detto una volta sola invece e per amor di verità, perché il peccato l’aveva commesso ed era lì a confermarlo senza reticenze, garantiva, a prendersi ogni responsabilità, ma che fosse sua e sua soltanto, e la realtà almeno si raccontasse giusta, non per supposizioni. «Lo saprò bene io», ha reagito dopo un accenno di insistenza nata dall’equivoco, mentre le carte sostenevano che di rubare l’era capitato già in precedenza e lei garantiva che no, «è stato solo ieri»: arrestata in flagranza, aveva già depositato nel suo guardaroba altri prodotti, trafugati però sempre in quei minuti, non in altre occasioni. «L’ho fatto solo ieri signor giudice, lo giuro», ha supplicato cercando occhi e complicità buona, senza proferir «rubare». Cinquanta, sessanta euro il valore, Silvana ha allargato le braccia che teneva sulle ginocchia e «Signor giudice – ha replicato – perché l’ho fatto… perché sono impazzita». Ha parlato di sé con un respiro, ha preso fiato e ha riassunto un’esistenza in una manciata di parole e qualche frase. «Non ce la faccio ad arrivare a fine mese», ha scandito in fretta, e a mostrare che non era una bella scusa appiccicata sopra a un gesto brutto, riprovevole, deprecabile da una giustizia misurata sulla condizione di benessere che la maggioranza magari può sfoggiare, non la gente tutta, era il suo tono fermo, la proposizione messa lì senza pretendere alcunché, voler smuovere animi e richiamare comprensione. Aggiunta solo per incrementar la precisione, per ricordare cosa le passava per la mente in quegli istanti, «ho pensato ai miei ragazzi», ai 450 euro al mese e l’affitto e le spese. I dettagli sono usciti con fatica, non per riluttanza a mettere se stessa alla berlina cui già era stata consegnata, ma perché non erano poi così importanti; non tendevano a un fine precostituito, non facevano parte di una strategia, dare i numeri della sua difficoltà di vivere per suscitar un sentimento di compassione, mitigare la severità dell’altrui giudizio. Cinquecento euro versati ogni mese al padrone della casa dove vive con i suoi due figli, ha rivelato con spontaneità, en passant; a quel punto ha provocato piuttosto la curiosità del giudice, un attimo per far due conti a mente e poi dichiarare che non gli tornavano, con un quesito rivolto alla donna seduta lì davanti, alla sua sinistra, umiliata dalla situazione. A pagare l’affitto l’aiuta quel marito da cui s’è separatatempo fa, e che da casa non se n’è mai andato: in un certo senso per fortuna, ché altrimenti non sarebbe riuscita da sola a tirare avanti, né lui a mantenere loro e se stesso altrove. «Siamo separati di fatto, anche se viviamo nella stessa casa», ha spiegato semplice prima d’essere congedata, tornare accanto all’avvocato, silenziosa in attesa della sua condanna. Poi ha lasciato l’aula come chi sa di meritarsi quel che è appena venuto, la fedina penale macchiata da una leggerezza e dal destino di vedersi intorno, ogni giorno mentre rimetteva in ordine, tutto ciò che a lei mancava e ai suoi ragazzi.
Forse avrei dovuto dirgli di no. Al vecchio Paul. Ma insomma mi ero laureato da dieci ore, passeggiavo barcollante (segue) Giovanni Sallusti





